Arbeit, Arbeit, Arbeit: come ti risolvo il giardino

rosa giardino nonniRipartiamo da qui , con alcuni preziosi rinvenimenti, documentati prima che gli sgomberatori (?), i traslocatori, le ruspe e i muratori  facessero il loro definitivo ingresso al Gate 23.

Cartoline dall’Africa e non

Ritrovare una vecchia scatola di latta con un veliero sul coperchio, aprirla ed esaminarne il tesoro. Cartoline, cartoline, cartoline. La cartolina più recente reca la data del 1944.

Alcune particolarmente esotiche:

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Cartolina dall’Africa

Altre particolarmente toccanti:

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Cartolina dall’Africa

Altre ancora ci ricordano che qualcun altro in famiglia, prima di noi, aveva deciso di fare l’insegnante, in tempi non sospetti:

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Quando la Scuola era Bella

E poi ce ne sono alcune che ci fanno capire come mai, quando la sottoscritta fu ricoverata per due mesi all’ospedale con broncopolmonite, al primo grido di noia fu redarguita dall’effigiato qui sotto (diversi decenni dopo, eh)  con un severo monito, tra il serio e il faceto: “Tu ti lamenti perché sei qui da due mesi? Pensa a me che sono stato prigioniero dei tedeschi per due anni”.

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Fronte

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E retro

Leggendo il retro di questa cartolina, si è chiuso definitivamente per me il cerchio di questo fumetto (in realtà, indelebile nella mia mente da allora):

“15-12-44 Si mangia ortiche, rape e barbabietole. 13 ore di galleria, Arbait (Arbeit, in realtà, nda), Arbait e sempre Arbait”.

Arbeit in giardino

L’effigiato, lo stesso che fu insegnante di Agraria, di ritorno a casa con miracolo in tasca, decise di piantumare un giardino urbano, il suo, e renderlo bellissimo. E allora cominciò a lavorare lì, ma senza mangiare né ortiche, né rape, né barbabietole. Bensì i già citati manicaretti della Zia B. Eh sì che la vita era cambiata. In meglio.

Ecco che allora il terreno del neoacquisto Gate 23 diventò fertile e impaziente di accogliere sempre nuove piante e nuovi fiori; quel terreno, da arido e sterile che era, si trasformò, sotto quelle sapienti  e miracolate mani, in terreno gravido e in divenire. E allora si popolò di un epocale ciliegio selvatico, i cui fiori rosa usarono cadere giù, a mo’ di morbido tappeto, fino alla fine degli anni Ottanta.

E quando quei fiori cadevano così, superlativamente morbidi e fragili, spudoratamente belli e transitori, che cosa c’era di più divertente che calpestarli tutti a piedi nudi, ma non prima di avervi portato tutti i gatti che si trovavano nel raggio di azione di un metro, giusto per raggiungere la quintessenza della morbidezza?

E perché mai quegli stessi gatti a quel punto non avrebbero dovuto scappare e decidere così su quattro zampe di arrampicarvisi, su quel ciliegio, fin su alla finestra della cucina, e utilizzare quegli stessi sfrontati rami come ponte verso il davanzale, per poi saltare giù, sul pavimento, e poi ancora su, sulla tavola, e sbafarsi la carne ai carciofi della Zia B. di cui non a caso vi è stata sussurrata la ricetta alcuni post fa?

Accanto a quel leggendario ciliegio sorsero poi prugni, ortensie-sequoie, rose poi innestate tra loro, mughetti, tulipani, calicantus (d’obbligo la tradizionale annusata invernale), e poi, così, per loro conto, come richiamati da tutto quel trambusto che sapeva un po’ di festa, iniziarono a venir su spontaneamente fiori gialli qua e là, fiori blu, e verde, verde, verde, verde a foglia stretta e verde a foglia larga, verde ruvido e verde liscio, verde opaco e verde lucido.

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Ortensie particolarmente produttive e solerti nel(la) loro Arbeit

 

E la vuota terra del Gate 23, già a fine anni Cinquanta, poteva dirsi un Eden.

 

Al prossimo post!

Costanza